top of page

Croci di vetta - a cosa servivano, a cosa servono

L'evoluzione del significato di un simbolo delle nostre Montagne

 

Tutti, davvero tutti abbiamo visto almeno uno di questi segni della nostra presenza sui monti.

Sono lì da secoli. Già nella Bibbia sono citati simboli pagani sulle vette dei monti, e in quanto tali ovviamente deprecati.

A partire dal XII secolo, invece, ciò che era indicato come inaccettabile culto di déi pagani legato alle forze della Natura viene fatto proprio dalla Chiesa Cattolica. Sui principali valichi montani compaiono grandi croci, simboli di devozione e richieste di protezione che spesso hanno dato il nome al valico stesso: siete mai stati al Colle della Croce, al Passo di Monte Croce Carnico, al Passo Tre Croci?


Passo Tre Croci, sopra Cortina d'Ampezzo. Alle spalle il Cristallo e il Piz Popena

(ph. Wikipedia)


Già nel XV secolo compaiono le croci anche sulle vette, a volte anche di non facile accesso. La devozione popolare chiedeva così protezione sulle valli e sui paesi, in un'epoca in cui la vita era precaria e fortemente legata al ritmo delle stagioni: un inverno troppo lungo, un'annata povera di raccolto, un'epidemia tra il bestiame o tra la popolazione si potevano scongiurare solo così!

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con la pratica dell'Alpinismo, le croci di vetta si diffondono sempre più: l'aspetto religioso comincia a passare in secondo piano e prevale la volontà di lasciare un segno: gli alpinisti hanno vinto la loro personale lotta con l'Alpe e chi verrà dopo di loro potrà così ricordarli e render loro omaggio.


Procinto, Alta Versilia. Al termine della più antica via ferrata in Italia.

(ph. Daniela Stronati)


Oggi si continuano ad erigere croci sui monti. La motivazione religiosa è ormai praticamente scomparsa: se da un lato c'è chi ricorda così un amico caduto, per lo più si tratta di monumenti all'egocentrismo umano.

Croci sempre più grandi, sempre più spesso illuminate di notte. Affiancate da oggetti di ogni genere: c'è chi lascia oggetti artistici (a volte anche di notevole bellezza), bandierine di preghiera, peluche, foto ricordo... il risultato è che ognuno si sente in diritto di marcare il territorio, alzare la propria personale zampa posteriore e segnalare così il suo passaggio.


Alpinista che, giunto in vetta, lascia un oggetto artistico per i posteri

(ph. Itielia)


In questo modo, però, la Montagna si riempie sempre più di ciarpame, dannoso non solo per gli occhi ma anche per l'ambiente (fili di nylon, palloncini, peluche, buste... tutte fonti di microplastiche nella migliore delle ipotesi).

Oggi queste croci vengono erette per un'altra divinità: sé stessi e la propria voglia di protagonismo.

 

Crediamo che sia ora di smettere di lasciare oggetti di qualsiasi natura e dimensione sui monti (e non solo). Gli artisti (veri o, più spesso, presunti) usino le esposizioni d'arte o il proprio giardino, e chi ha qualcuno da ricordare -so che sembrerà cinico- lo faccia al cimitero, nel proprio soggiorno, nel proprio cuore. Il dolore non dà il diritto di appropriarsi dei beni di tutti.

263 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

E se dovessimo riscrivere la Storia dell'Alpinismo?

Tutti sappiamo che la vetta dell'Everest fu raggiunta per la prima volta da Tenzing Norgay e sir Edmund Hillary nel 1953. Ma è storia nota che gli Inglesi ci provavano dal 1921, e forse (chissà se mai

Commenti


bottom of page